Il giudizio morale sull’eutanasia si fonda su alcuni principi centrali legati alla dignità della persona, alla responsabilità collettiva e al valore della vita.
Anzitutto, l’eutanasia si basa su una logica individualistica ed egoistica, che contraddice la solidarietà e la fiducia reciproca su cui si fonda la convivenza umana. In questa prospettiva, non esiste un diritto dell’individuo a decidere della propria morte, né una libera scelta tra vita e morte.
Diversamente, si riconosce il diritto a morire con dignità, che significa poter vivere l’ultimo tratto della vita senza sofferenze inutili, grazie a cure adeguate: assistenza, alimentazione, idratazione, terapia del dolore e cure palliative. Questo diritto esclude sia l’eutanasia sia l’accanimento terapeutico, cioè l’uso di trattamenti sproporzionati o inutili.
Un punto fondamentale è che dire “sì” alla vita implica rifiutare sia l’eutanasia sia l’accanimento terapeutico. Entrambe le posizioni condividono infatti un presupposto errato: l’idea che l’uomo possieda la vita e possa stabilire quando farla finire o prolungarla a ogni costo.
Dal punto di vista morale, inoltre, esiste una differenza tra non iniziare o sospendere cure sproporzionate e compiere un’azione diretta per provocare la morte. L’eutanasia nasce da un’ideologia che attribuisce all’uomo un potere totale sulla vita, con il rischio di derive come l’eugenetica o decisioni influenzate da interessi economici o sociali.
La vita è un bene che riguarda non solo l’individuo, ma anche la comunità, che ha il dovere di custodirla. In questa visione, anche un solo minuto di vita conserva valore e significato. Per questo, una società autenticamente umana è quella che si impegna ad accompagnare e sostenere chi soffre, non ad abbreviarne la vita.
Restano infine interrogativi profondi: chi decide quando una vita non è più degna? Con quali criteri si misura la sofferenza? E chi garantisce che tali decisioni siano davvero nell’interesse del paziente?


