L’enciclica Mater et Magistra di Giovanni XXIII affronta, nella parte finale della terza sezione, i nuovi problemi emersi dopo la Seconda Guerra Mondiale, soprattutto in ambito sociale e internazionale. In questo contesto, la Chiesa richiama con forza il proprio impegno nella difesa e custodia della vita, tema strettamente legato ai cambiamenti economici, tecnologici e culturali dell’epoca. L’evoluzione del lavoro, la nascita di nuovi settori e le trasformazioni sociali rendono necessaria una riflessione più ampia, che include anche la cooperazione tra gli Stati su scala globale.
Due questioni centrali emergono con chiarezza: la difesa della vita e la collaborazione internazionale. L’essere umano, secondo la visione cristiana, è chiamato a dominare la natura senza distruggerla e a trasmettere la vita. Tuttavia, il Papa denuncia una grave contraddizione: mentre persistono miseria e fame, le risorse scientifiche e tecnologiche vengono spesso utilizzate per costruire strumenti di morte, come dimostra il rischio nucleare.
Questa incoerenza rappresenta uno dei nodi fondamentali: il progresso tecnico non è orientato al bene comune, ma può diventare causa di paura e distruzione. Da qui nasce anche la sfiducia tra gli Stati, che ostacola una vera collaborazione internazionale.
Il punto decisivo, secondo il Papa, è il riconoscimento di un ordine morale universale. Senza un riferimento a DIO, tale ordine non può reggersi né guidare le scelte politiche, sociali ed economiche. Le differenze culturali e ideologiche rendono difficile trovare un terreno comune, ma senza questo fondamento si rischia solo competizione e conflitto.
Infine, viene criticata l’illusione di costruire una civiltà basata unicamente su scienza e tecnica. I progressi autentici possono essere orientati al bene solo alla luce di una fede sincera in DIO, principio e fine dell’uomo. Senza valori morali e spirituali, il progresso resta insufficiente e potenzialmente pericoloso per l’intera umanità.


