L’enciclica Mater et Magistra di Giovanni XXIII affronta, nel terzo capitolo, i nuovi aspetti della questione sociale emersi nel mondo degli anni Sessanta. Il Papa osserva che i profondi cambiamenti economici e sociali, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, hanno modificato l’equilibrio tra i diversi settori produttivi. In particolare, egli si concentra sulla situazione dell’agricoltura, che appare come un settore in difficoltà a causa del crescente processo di urbanizzazione.
Dopo la guerra, infatti, molte persone hanno lasciato le campagne per trasferirsi nelle città, attratte dalle opportunità offerte dall’industria e dalla speranza di una vita migliore. Questo fenomeno ha generato un forte squilibrio tra il settore agricolo e quello industriale, con il rischio di impoverire le aree rurali e di svalutare il lavoro agricolo.
Giovanni XXIII si chiede quindi come sia possibile ridurre questo squilibrio economico e sociale, proponendo alcune linee di intervento. Anzitutto, egli sottolinea la necessità di migliorare i servizi pubblici nelle zone rurali e nelle aree in trasformazione: infrastrutture, trasporti, comunicazioni, acqua potabile, abitazioni, assistenza sanitaria e istruzione. Tutto ciò non ha soltanto un valore materiale, ma favorisce anche una vita sociale e religiosa più piena.
Un secondo punto riguarda lo sviluppo armonico dell’intero sistema economico, che non deve privilegiare solo l’industria ma valorizzare anche l’agricoltura. Questo implica la modernizzazione del settore agricolo, investimenti di capitale e una maggiore attenzione alle condizioni di lavoro dei contadini, comprese assicurazioni sociali e forme di previdenza adeguate.
Il Papa affronta inoltre il tema della fiscalità, affermando che le imposte devono essere proporzionate alla reale capacità contributiva dei cittadini, affinché non diventino oppressive. Allo stesso tempo, è importante tutelare i prezzi dei prodotti agricoli per non penalizzare chi lavora la terra.
Il punto centrale del discorso è però la dignità del lavoro agricolo. Gli agricoltori devono essere riconosciuti come veri protagonisti dello sviluppo economico, al pari degli altri lavoratori. Il loro lavoro è nobile perché si svolge nel “tempio della creazione” e mantiene un rapporto diretto con la natura.
In questa prospettiva, il lavoro agricolo appare come una collaborazione con l’opera creatrice di DIO, poiché l’uomo coltiva la terra e contribuisce al bene della famiglia umana. Proprio per questo, esso possiede non solo un valore economico, ma anche un profondo significato umano e spirituale.


