Il trattato sul sacerdozio di San Giovanni d’Avila presenta la vita del sacerdote come intimamente unita a Cristo, specialmente nella sua dimensione sacrificale. Il sacerdote non si limita a celebrare il sacrificio, ma è chiamato a offrire se stesso, conformandosi a Cristo vittima. I paramenti liturgici non sono semplici vesti esteriori: essi rappresentano le virtù che il sacerdote deve possedere interiormente, affinché non vi sia contraddizione tra ciò che appare e ciò che è.
Un’immagine centrale è quella del paradiso terrestre: l’anima del sacerdote è come un giardino in cui DIO pianta e fa crescere le virtù, grazie ai meriti di Cristo. Tra queste spiccano soprattutto la castità e l’umiltà, intesi come veri “abiti” dell’anima, secondo la tradizione che definisce le virtù come habitus.
Le preghiere recitate durante la vestizione liturgica accompagnano ogni paramento e richiamano una specifica virtù: la purezza, la fede, la penitenza, la perseveranza, la speranza e soprattutto la carità pastorale. Queste orazioni, ispirate alla Sacra Scrittura, aiutano il sacerdote a prepararsi interiormente al sacrificio eucaristico, segnando il passaggio dal profano al sacro.
Il sacerdote è chiamato a identificarsi con Cristo, offrendo se stesso come sacrificio vivente.
I paramenti liturgici simboleggiano le virtù che devono essere realmente presenti nell’anima.
La vita interiore è paragonata a un giardino in cui DIO coltiva le virtù.
La carità pastorale è la virtù suprema che unifica tutta la vita sacerdotale.
Infine, con la casula, il sacerdote assume il “giogo” di Cristo: porta i peccati del popolo e partecipa al suo amore redentivo. Così, unito a DIO, vive non per se stesso, ma per la salvezza delle anime.


