Il testo analizza le principali scomuniche nel diritto canonico, distinguendo tra quelle riservate alla Santa Sede e quelle affidate ai vescovi. Tra le prime rientrano le violazioni contro la libertà e i diritti della Chiesa o l’ostacolo al suo esercizio; tra le seconde, è ricordata la scomunica per chi procura l’aborto.
Si sottolinea che, dal Giubileo della Misericordia voluto da Papa Francesco, l’assoluzione per questo peccato può essere concessa da qualsiasi sacerdote, pur rimanendo intatta la gravità morale dell’atto, considerato come l’uccisione di una creatura indifesa. L’aborto, infatti, non è una terapia, ma un atto moralmente grave.
Perché si incorra nella scomunica, è necessario che ricorrano condizioni ben precise: la scomunica richiede piena consapevolezza, libertà e gravità dell’atto, cioè si deve trattare di peccato mortale con piena avvertenza e deliberato consenso, manifestato in un’azione concreta e compiuta. Inoltre, solo i battezzati sono soggetti alle pene canoniche della Chiesa, poiché esse riguardano chi appartiene formalmente alla comunità ecclesiale. In questo contesto, l’aborto comporta scomunica se è volontario e realizzato, indipendentemente dal fine o da chi lo compie.
Un ruolo centrale è attribuito alla coscienza: DIO parla attraverso la coscienza, che segnala sempre il bene e il male, anche quando si tenta di ignorarla o di giustificarsi. Tuttavia, possono esistere attenuanti reali, come ignoranza, dubbio o timore, che riducono o escludono la responsabilità, purché non siano semplici pretesti.
Infine, vengono spiegate le modalità di assoluzione: in pericolo di morte qualsiasi sacerdote può assolvere; negli altri casi interviene l’autorità competente. Resta fondamentale formarsi, conoscere la legge morale, evitare il peccato grave, confessarlo bene e non ripeterlo.


