Di Beethoven si è detto moltissimo: è uno dei compositori più studiati e analizzati, anche dal punto di vista psicologico. La sua fu una vita profondamente turbolenta, segnata da grandi dolori ma anche da una personalità forte, irruenta e viscerale, nella quale l’esperienza della vita si riflette con potenza nella musica. In Beethoven l’esistenza non è mai separata dall’arte: il vissuto personale diventa linguaggio sonoro.
Le sofferenze furono numerose. La sordità, scoperta in giovane età, lo accompagnò per tutta la carriera e rappresentò una ferita devastante. A questo si aggiunsero rapporti familiari difficili: un padre alcolista, fratelli conflittuali e una relazione tormentata con il nipote, di cui era tutore. Tutto ciò contribuì a una profonda solitudine e a una marcata difficoltà nel vivere gli affetti. Nel 1802, a soli trentadue anni, Beethoven arrivò a pensare al suicidio, come emerge dal celebre Testamento di Heiligenstadt. Rinunciò a quel gesto non per motivi religiosi, ma per una sorta di impulso prometeico, una forza interiore che lo spinse a resistere.
Il tema centrale della sua vita e della sua musica è la libertà, la lotta contro il destino avverso e contro ogni ingiustizia. In questo contesto, anche il rapporto con DIO fu complesso e tormentato. Beethoven compose pochissima musica sacra, e da essa emerge l’immagine di un DIO lontano, misterioso, davanti al quale ci si può solo chinare o lottare. Non si tratta però di assenza di fede, ma di una fede sofferta, inquieta, in continua ricerca.
Negli ultimi anni, questa ricerca trova una forma matura nella Missa solemnis. Nel Credo, Beethoven costruisce una narrazione intensa e scorrevole, ma si sofferma in modo sorprendente sulle parole “et vitam venturi saeculi”, dedicando loro una lunga ed elaborata conclusione che diventa il cuore dell’intera opera. In quella musica sembra concentrarsi la sua speranza più profonda: l’attesa dell’eternità come riscatto del dolore e senso ultimo della vita.


