I difetti nostri e altrui che non riusciamo a correggere devono essere sopportati con pazienza, fino a quando DIO non disponga diversamente. Questa sopportazione, per quanto faticosa, può diventare una prova preziosa, perché educa alla pazienza, senza la quale i meriti spirituali hanno poco valore. La tribolazione, ricorda san Paolo, produce pazienza; la pazienza una virtù provata; e la virtù provata genera speranza, una speranza che non delude perché fondata sull’amore di DIO riversato nei cuori dallo Spirito Santo.
Quando il confronto con l’altro diventa sterile, non bisogna ostinarsi nel litigio, ma rimettere ogni cosa in DIO, certi che Egli sa trasformare il male in bene. Siamo chiamati a tollerare le debolezze altrui, ricordando che anche noi abbiamo molte fragilità che gli altri devono sopportare. Spesso pretendiamo la perfezione dagli altri senza impegnarci seriamente a correggere noi stessi, misurando il prossimo con criteri che non applichiamo alla nostra vita. DIO permette questa convivenza imperfetta perché impariamo a portarci a vicenda i pesi, come insegna l’apostolo ai Galati.
Infine, il capitolo 17 conduce all’abbandono totale in DIO. Il Signore conosce ciò di cui abbiamo davvero bisogno, meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Affidare a Lui ogni preoccupazione significa riconoscere che nulla accade se non per il nostro bene e quello degli altri. Chi cammina con DIO deve essere pronto sia a patire sia a godere, nella povertà come nell’abbondanza, ripetendo con san Paolo: tutto posso in Colui che mi dà la forza.


