Nel Trattato sul sacerdozio di San Giovanni d’Avila, il secondo capitolo, intitolato Orazione, ministero sacerdotale, approfondisce il ruolo centrale della preghiera nella vita del sacerdote. Dopo aver mostrato come l’orazione sia necessaria per difendere il popolo cristiano dal nemico e per implorare la misericordia divina, il testo si sofferma sull’orazione di meditazione.
San Giovanni d’Avila richiama l’episodio biblico del libro dei Numeri, in cui Aronne si pone tra i vivi e i morti con l’incensiere, placando l’ira di Dio. L’incenso diventa così simbolo della preghiera sacerdotale, che sale a Dio come intercessione per il popolo. È questa la missione specifica del sacerdote: porsi davanti a Dio a favore delle anime affidategli.
Il maestro d’Avila fu un grande promotore dell’orazione mentale, considerata uno dei pilastri della riforma del clero, insieme alla preghiera quotidiana, alla povertà evangelica e alla mortificazione dei sensi. In sintonia con Santa Teresa d’Avila, l’orazione mentale è descritta come un rapporto di amicizia intima con Dio, un dialogo personale fondato sull’amore.
La vera efficacia della preghiera non nasce dalle parole, ma dai gemiti interiori ispirati dallo Spirito Santo. Citando Sant’Agostino e San Paolo, il testo sottolinea che l’uomo non sa pregare come conviene: è lo Spirito che intercede in noi e rende feconda l’orazione. Dio stesso ha stabilito che molte delle sue opere nel tempo si compiano attraverso la preghiera dei fedeli.
Il sacerdote, come un padre verso i figli, sente il bisogno di affidare continuamente il suo popolo al Signore. Quando una preghiera è ispirata dallo Spirito Santo, essa ottiene sempre ciò che chiede, anche quando il sacerdote non conosce pienamente i bisogni reali delle anime. Questa consapevolezza consola e sostiene il ministro, rendendo la sua preghiera umile, fiduciosa ed efficace.


