Nel Vangelo della quarta domenica dell’anno la Chiesa propone alla nostra riflessione il discorso delle Beatitudini. Di fronte a questo testo così rivoluzionario di Cristo, si rischia spesso un equivoco: interpretarlo solo dal punto di vista degli ascoltatori e non a partire da Gesù stesso. Ci si chiede chi siano i poveri, gli affamati di giustizia, i miti o i perseguitati, ma fermarsi a queste domande senza guardare a Cristo significa perdere l’essenziale.
Il vero punto di partenza delle Beatitudini è Gesù. Esse non sono un ideale astratto né un codice morale irraggiungibile, ma rivelano il volto stesso di Cristo e il suo stile di vita. Gesù comunica ai discepoli ciò che Lui ha vissuto: è Lui il povero, il mite, il pacifico; è Lui che ha fame e sete di giustizia; è Lui che possiede uno sguardo puro, capace di riconoscere i segni di DIO anche nel cuore ferito del peccatore.
Con la risurrezione, Cristo diventa il vero consolatore di chi soffre. Le Beatitudini sono quindi l’autobiografia di Gesù e, allo stesso tempo, il cuore del suo messaggio, la carta fondamentale del Regno di DIO. Esse sono rivolte non solo ai discepoli, ma a ogni uomo, e descrivono il volto di chi si apre all’amicizia di Gesù, accoglie il perdono ed è liberato dall’inganno e dalla violenza.
Come accadeva ai profeti, anche chi accoglie questa novità può incontrare persecuzione. Tuttavia, la beatitudine non nasce dalla condizione presente, ma dalla certezza della vita eterna. Per questo Gesù incoraggia: non scoraggiatevi, continuate il cammino, tenete fisso lo sguardo alla meta.
Infine, le Beatitudini indicano la via per costruire un’umanità autentica, capace di raccontare DIO attraverso la vita. Questo cammino diventa possibile solo lasciando che Gesù purifichi il nostro cuore, donandoci uno sguardo nuovo, capace di riconoscere che anche dalla sofferenza può germogliare una nuova umanità, come nella sua Pasqua.


