Il Vangelo della quarta domenica di Quaresima, tratto dal Vangelo di Giovanni, presenta il racconto del cieco nato guarito da Gesù. Non è solo la narrazione di un miracolo, ma un cammino interiore che conduce dal buio del peccato alla luce della fede. All’inizio, l’uomo conosce appena Gesù; lo considera solo un uomo. Tuttavia, attraverso domande, difficoltà e incomprensioni, la sua conoscenza cresce fino alla professione finale: “Credo, Signore”, riconoscendolo come Figlio di DIO.
Questo episodio rivela una verità centrale: la fede cristiana non è un sentimento vago, ma adesione concreta a Gesù Cristo, vero DIO e vero uomo. Per questo la Chiesa ha sempre custodito con cura questa identità, evitando di ridurre Cristo a una sola dimensione. Un Cristo “dimezzato” non può salvare, perché solo nella sua piena divinità e umanità si compie la redenzione.
Di fronte a questa rivelazione entra in gioco la libertà umana: accogliere o rifiutare. Il cieco guarito rappresenta chi si apre alla luce; i farisei, invece, chi si chiude nell’orgoglio. Il vero dramma nasce quando l’uomo pensa di poter fare a meno di DIO, confidando solo nelle proprie capacità. Nonostante i grandi progressi della scienza e della tecnica, questa autosufficienza genera inquietudine e vuoto, perché l’uomo perde il senso ultimo della vita.
L’uomo contemporaneo possiede molti mezzi, ma spesso non sa più perché vivere. Al contrario, l’incontro con Cristo illumina l’esistenza: dona direzione, significato e speranza. Come insegnava San Giovanni d’Avila, in DIO si scoprono sempre nuovi orizzonti.
Accogliere Gesù significa ritrovare la luce: le prove acquistano senso e nasce la certezza di non essere soli. In fondo, ciò che manca all’uomo non è qualcosa, ma qualcuno: gli manca DIO.


