In questa domenica il Vangelo presenta il miracolo della resurrezione di Lazzaro, compiuto da Gesù a Betania. Nel dialogo con Marta, Cristo pronuncia parole decisive: “Io sono la resurrezione e la vita: chi crede in me, anche se muore, vivrà”. Un’affermazione che può sembrare difficile, perché l’esperienza umana mostra che tutti, anche i credenti, affrontano la morte. Già il filosofo Epicuro descriveva l’uomo davanti alla morte come una città senza difese.
Proprio in questo dramma interviene Cristo, offrendo una risposta: la resurrezione di Lazzaro è un segno che la morte non è invincibile per DIO. Gesù, essendo DIO, ha il potere di donare la vita. La fede non elimina la morte, ma cambia radicalmente il suo significato: chi crede resta unito a una vita che non finisce e partecipa alla vittoria di Cristo.
Quando l’uomo perde il senso del proprio destino eterno, la vita rischia di svuotarsi. Lo esprime anche Friedrich Nietzsche parlando di nichilismo, cioè della perdita di significato e di valori. Al contrario, la fede nella resurrezione custodisce il senso ultimo dell’esistenza.
Ma Gesù va oltre: la vita eterna non è solo futura, è già presente in chi crede. Non si tratta semplicemente di risorgere alla fine dei tempi, ma di vivere già ora una comunione reale con Cristo. Come insegna San Paolo, Cristo abita nei cuori attraverso la fede e i sacramenti, rendendo la vita nuova, libera e capace di amare.
Alla luce di questa unione, cambia anche il modo di guardare la morte: non è più la fine, ma un passaggio verso la pienezza della vita in DIO. Il miracolo di Lazzaro diventa così una prova concreta: chi guarda a lui può riconoscere il proprio destino e credere nella promessa della resurrezione.


