Nel testo dedicato alle principali scomuniche, tratto dall’opera di monsignor Raffaele Baratta, si chiarisce anzitutto che la scomunica è una pena canonica con cui un fedele viene escluso dalla comunione della Chiesa. Si tratta di una censura, cioè di una pena medicinale: la Chiesa non punisce per condannare, ma per favorire la conversione e la guarigione dell’anima davanti a DIO. Quando il colpevole abbandona l’ostinazione nel peccato, può essere riaccolto.
La scomunica è una pena spirituale che priva il battezzato di alcuni diritti ecclesiali, con finalità di correzione e salvezza. Può essere latae sententiae, quando si incorre automaticamente nella pena compiendo un determinato delitto, oppure ferendae sententiae, quando è necessaria una sentenza pronunciata da un’autorità ecclesiastica.
Un criterio di classificazione riguarda chi ha la facoltà di assolvere dalla scomunica. Alcune scomuniche sono riservate in modo specialissimo alla Santa Sede, come nel caso di chi profana le specie consacrate o del confessore che viola direttamente il sigillo sacramentale, rivelando quanto ascoltato in confessione. In questi casi l’assoluzione può essere concessa solo dalla Santa Sede.
Tra le scomuniche riservate rientrano anche apostasia, eresia e scisma. L’apostata rifiuta totalmente la fede cristiana; l’eretico nega ostinatamente una verità di fede; lo scismatico si separa dalla comunione con il Papa pur conservando la dottrina. Sono situazioni diverse ma ugualmente gravi, perché ledono l’unità della Chiesa fondata da DIO.
Il testo ricorda inoltre le norme relative alla diffusione di dottrine contrarie alla fede e alla lettura di opere che promuovono apostasia, eresia o scisma. Pur essendo mutata la disciplina nel tempo, resta il principio fondamentale: la tutela della fede e della comunione ecclesiale è un bene primario per la salvezza delle anime davanti a DIO.


