Il Trattato sul sacerdozio di Giovanni d’Ávila approfondisce la dimensione sacrificale della vita sacerdotale, vissuta attraverso l’esercizio delle virtù. Il sacerdote, ministro della nuova alleanza in Cristo, riceve da DIO doni spirituali che lo rendono partecipe di una realtà soprannaturale. Tra queste virtù, emerge con particolare forza la castità, considerata essenziale per la dignità del ministero.
Secondo l’autore, è giusto che il corpo puro di Cristo sia accolto da un sacerdote che viva nella purezza. Questa esigenza affonda le sue radici già nell’Antico Testamento, come attestano le prescrizioni del libro dell’Esodo e del Levitico, e trova pieno compimento nel mistero dell’Incarnazione: Cristo ha voluto venire al mondo attraverso la purezza della Vergine Maria e continua a rendersi presente nell’Eucaristia attraverso mani pure.
La castità non è una virtù accessoria, ma una condizione fondamentale per accostarsi degnamente al mistero di DIO. Essa esprime una conformazione profonda a Cristo e una totale appartenenza a Lui. Per questo motivo, il sacerdote è chiamato a custodire il proprio corpo e la propria anima da ogni impurità, vivendo una dedizione esclusiva.
Il testo richiama anche l’autorità della tradizione apostolica e dei Padri della Chiesa, come Girolamo, che paragona il sacerdote a una vergine che si accosta allo sposo. Analogamente, la disciplina antica prevedeva severe conseguenze per chi veniva meno a questa purezza, segno della grande responsabilità legata al ministero.
La purezza sacerdotale è richiesta in modo radicale perché il sacerdote agisce sull’altare nel momento più alto: la consacrazione del Figlio di DIO. Questo atto esige una vita coerente e santa.
Infine, viene sottolineata l’importanza della formazione, sviluppata soprattutto dopo il Concilio di Trento con l’istituzione dei seminari. Anche Agostino d’Ippona ricorda, attraverso la propria esperienza, quanto sia importante custodire l’anima fin dalla giovinezza.


