Nel Trattato sul sacerdozio, San Giovanni d’Avila dedica il secondo capitolo al rapporto tra orazione e ministero sacerdotale. Dopo aver mostrato come il dono del consiglio renda il sacerdote capace di discernere, specialmente nell’orazione mentale, i disegni di DIO, il creatore dell’Universo, sulle anime affidategli, egli descrive i sentimenti che devono abitare il suo cuore: sono gli stessi di Cristo.
All’altare, durante la Messa, il sacerdote rappresenta Gesù Cristo, sommo ed eterno sacerdote. Perciò non basta che agisca “in persona Christi”, ma deve anche “sentire nel cuore di Cristo”, condividendone preghiera, gemiti e lacrime, come sul Calvario. Mentre offre il sacrificio per i peccati del mondo, deve offrire anche se stesso, la propria vita e il proprio onore, conformandosi interiormente al Signore.
Citando San Gregorio Magno, il maestro afferma che chi celebra i misteri della Passione deve imitare ciò che compie, sacrificando se stesso in un cuore contrito. Da qui emerge la necessità del dono dello Spirito Santo, poiché solo chi partecipa dello Spirito di Cristo può pregare a sua somiglianza. Lo comprendeva bene Sant’Ambrogio, che implorava aiuto per celebrare degnamente i divini misteri, accostandosi con umiltà e fiducia alla misericordia del Signore.
Il cuore sacerdotale vive una tensione profonda: dolore per il peccato e dolcezza per l’amore del Padre. Come ricorda anche San Paolo, il ministro è chiamato a intercedere con audacia. Le sue armi sono le lacrime e la preghiera: egli si pone come un nuovo Mosè, offrendo se stesso perché la giustizia si trasformi in misericordia.
In sintesi, il sacerdote, configurato al Figlio e abitato dallo Spirito che è amore, deve custodire nel cuore i sentimenti stessi di DIO, il creatore dell’Universo: paternità, misericordia e offerta totale di sé.


