Nel Trattato sul sacerdozio di San Giovanni d’Avila, il secondo capitolo è dedicato all’orazione come cuore del ministero sacerdotale. L’orazione mentale, di cui il santo fu grande promotore, è il luogo in cui il sacerdote intercede per le anime, invoca le grazie necessarie e allontana i pericoli che le minacciano. È attraverso la preghiera che il sacerdote entra realmente nel mistero della cura delle anime.
Grazie alla grazia di stato e al dono del consiglio, il sacerdote riceve un particolare intuito spirituale per comprendere il vero bene delle persone. Questa capacità non nasce solo dall’esperienza o dallo studio, ma soprattutto dall’aiuto divino che si manifesta nel confessionale e nel colloquio spirituale. Spesso il sacerdote dice parole che egli stesso non si spiega, esercitando insieme dolcezza e rigore. San Giovanni d’Avila attribuisce tutto ciò alla relazione esclusiva di amicizia tra il sacerdote e Cristo.
Il Signore, infatti, tratta il sacerdote come un amico, rivelandogli per mezzo dello Spirito Santo ciò che è necessario per il bene delle anime. Come afferma il Vangelo, il servo non conosce i disegni del padrone, ma l’amico sì. Per questo, secondo il maestro d’Avila, si deve chiedere al sacerdote ciò che DIO vuole per una determinata anima, certi che il Signore non mancherà di illuminare chi gli è così intimamente unito.
I sacerdoti sono chiamati collaboratori di DIO non solo per la predicazione e l’amministrazione dei sacramenti, ma anche perché la loro preghiera rende fecondo l’apostolato. Essa precede, accompagna e segue ogni azione pastorale, radicandola nell’amicizia con DIO.
Questa esperienza è una vera forma di contemplazione, talvolta infusa, nella quale lo Spirito Santo stesso suggerisce al sacerdote ciò che deve chiedere. Esempi straordinari, come quello di San Giovanni Bosco, mostrano in modo eccezionale un dono che, in misura diversa, DIO concede a tutti i suoi sacerdoti per la salvezza delle anime.


