Il terzo capitolo del trattato sul sacerdozio di San Giovanni d’Avila approfondisce la dimensione sacrificale della vita del sacerdote. Dopo aver riflettuto sull’importanza della preghiera, l’autore ricorda che, nell’antica legge, i sacerdoti non offrivano solo incenso, ma anche i pani nella tenda del convegno, prefigurazione dell’Eucaristia, cioè il corpo di Cristo offerto per la salvezza del mondo.
Da qui nasce una forte esigenza di santità: se già era richiesta purezza per offrire semplici pani materiali, a maggior ragione essa è necessaria per chi offre il “pane disceso dal cielo”. Le norme di purità dell’Antico Testamento non erano fini a sé stesse, ma segni visibili di una santità interiore indispensabile per accostarsi al culto divino e a DIO.
Il sacerdote vive un rapporto unico con Cristo, fondato sull’amicizia: è reso partecipe dei misteri divini e chiamato a corrispondere con una vita conforme. Questa amicizia esige una trasformazione profonda, fino a diventare “una cosa sola” con Cristo, condividendone non solo la missione, ma anche l’offerta di sé. Il sacerdote, infatti, non si limita a celebrare il sacrificio, ma è chiamato a diventare egli stesso vittima unita a Cristo.
L’esempio di Mosè, trasfigurato dall’incontro con DIO, illumina questa vocazione: il sacerdote deve essere luce per gli altri. Come una lampada che arde consumandosi, così la sua vita deve donarsi interamente. Non esiste sacerdozio autentico senza questa dimensione di offerta totale, che illumina proprio perché si consuma nell’amore.
Nel cuore della liturgia, quando offre la vittima pura e immacolata, il sacerdote offre anche sé stesso. Egli è chiamato a essere un olocausto vivente, trasformato dal fuoco dell’amore divino, affinché tutta la sua persona manifesti la presenza di DIO e testimoni che è dimora viva della sua grazia.


