Il Trattato sul sacerdozio di San Giovanni d’Avila conclude il secondo capitolo riflettendo sul rapporto tra l’orazione e il ministero sacerdotale. Dopo aver descritto i sentimenti che devono abitare il cuore del sacerdote — un cuore chiamato a conformarsi al Cuore di Cristo — l’autore insiste in particolare su un atteggiamento essenziale: il dolore per il peccato e la compassione per la miseria del popolo.
Accanto alla predicazione, alla celebrazione dei sacramenti, alla guida delle anime e alla preghiera, il sacerdote deve esercitare anche quello che viene chiamato il “ministero delle lacrime”. Il sacerdote non è solo maestro e guida, ma anche padre che soffre e piange per i peccati del suo popolo. Come i genitori si affliggono per i mali dei figli, così il sacerdote deve sentire come propri i peccati e le sofferenze delle anime affidate alle sue cure.
Secondo l’immagine proposta dal maestro d’Avila, il sacerdote deve avere due occhi: con uno vigilare sul gregge perché non cada nel peccato, e con l’altro piangere quando le anime cadono. Le lacrime diventano così una forma di intercessione: il sacerdote presenta a DIO, con cuore paterno, le colpe e le miserie del popolo.
Il dolore per il peccato non deve essere solo condannato o deplorato, ma anche pianto, affinché la parola del sacerdote sia realmente efficace. L’esempio di santi confessori, come il Curato d’Ars, mostra che le lacrime del sacerdote possono muovere i cuori dei peccatori più delle parole.
Anche Cristo ha pianto su Gerusalemme: il suo pianto rivela che la compassione e l’intercessione fanno parte del sacerdozio redentore. Per questo il sacerdote deve essere uomo di preghiera profonda e di amicizia con DIO.
In conclusione, San Giovanni d’Avila afferma che la Chiesa chiede ai sacerdoti una grande santità: essi sono intercessori tra DIO e il suo popolo, e la loro preghiera deve essere abbondante ed efficace, fondata su una vera amicizia con DIO.


