Proseguiamo la lettura della Rerum Novarum, concentrandoci sui paragrafi 25-29, nei quali Leone XIII affronta un tema centrale: il ruolo dello Stato nelle questioni sociali, in particolare nel mondo del lavoro e dell’economia. L’intervento statale è presentato come subordinato rispetto alla missione della Chiesa, fondata su carità, giustizia, fraternità e bene comune; tuttavia, in molti casi, lo Stato deve intervenire per salvaguardare soprattutto la condizione operaia.
Il Papa colloca questo intervento entro una visione classica dell’autorità, che non deriva dal basso ma “dall’alto”, secondo una tradizione che affonda nel Vangelo e nella filosofia politica cristiana. Questo ci può risultare distante, ma permette di comprendere il legame profondo tra potere civile, verità morale e legge naturale.
Uno dei punti più importanti del testo riguarda la composizione dello Stato: ricchi e proletari sono cittadini a pieno titolo, membri vivi del corpo sociale. Non può esistere uno Stato formato solo da chi detiene prestigio o ricchezza, mentre altri rimangono ingranaggi anonimi del sistema. Proprio per questo Leone XIII afferma che il benessere degli operai è responsabilità primaria dello Stato, e trascurarlo significa violare la giustizia.
Da qui la necessità di applicare la giustizia distributiva, che esige una corretta e giusta distribuzione dei beni comuni, contro l’accumulo sproporzionato nelle mani di pochi. È un tema attualissimo, se pensiamo al potere economico concentrato oggi in grandi multinazionali o in singoli magnati.
Lo Stato, però, deve agire entro limiti precisi: non può assorbire la vita del cittadino e della famiglia, né ledere la loro libertà. La sua autorità è giustificata solo dal bene comune. Per questo, conclude il Papa, i governanti devono proteggere i diritti di tutti, soprattutto dei più deboli, usando se necessario anche la forza della legge, affinché ciascuno riceva realmente “il suo”.


