Continuiamo la lettura della Teologia della perfezione cristiana di Antonio Royo Marín, soffermandoci sulla lotta contro la propria carne, un nemico interno particolarmente insidioso. Stiamo analizzando la concupiscenza, conseguenza del peccato originale, che offusca il confine tra lecito e illecito nella ricerca del piacere.
Royo Marín spiega che, nonostante la molteplicità degli istinti corporali, la lotta principale si concentra su due tendenze fondamentali: la nutrizione e la generazione, legate rispettivamente alla conservazione dell’individuo e della specie. Tutti gli altri istinti tendono a mettersi al loro servizio, fino a tiranneggiare l’uomo. In queste due funzioni vitali, la concupiscenza non cerca più il fine naturale e morale voluto da DIO, ma esclusivamente il piacere e il godimento.
Il piacere, in sé, non è un male: mangiare e la sessualità sono realtà buone quando ordinate ai loro fini propri. Tuttavia, la concupiscenza spinge a ricercare il piacere separandolo dal suo fine, come accade quando il cibo diventa eccesso o quando la sessualità viene vissuta escludendo deliberatamente la procreazione. In questo modo, il piacere non accompagna più il bene, ma lo sostituisce.
Sant’Agostino osserva che il piacere del cibo rende schiavi: invece di mangiare per vivere, si finisce per vivere per mangiare. Anche chi cerca una certa moderazione rischia di oltrepassare i giusti limiti, perché la concupiscenza “non sa mai dove termina la necessità”. Ne deriva una vera malattia spirituale, che richiede un combattimento costante attraverso sobrietà, temperanza, astinenza e digiuno.
Royo Marín sottolinea infine lo stretto legame tra gola e lussuria: la gola è l’anticamera della lussuria, e l’esperienza quotidiana conferma questa connessione. Appetiti non mortificati non solo ostacolano la perfezione cristiana, ma mettono a rischio la stessa salvezza eterna. La concupiscenza trascina l’uomo verso il basso, mentre la perfezione cristiana lo distacca dai piaceri disordinati e lo eleva all’unione intima con DIO.


