Concludiamo il percorso dedicato alle omelie di San Carlo Borromeo sul tema del sacerdozio con un discorso rivolto a parroci, confessori e predicatori, pronunciato il 3 gennaio 1584. In questa riflessione il Santo indica alcuni difetti del clero, offrendo spunti preziosi sia per l’esame di coscienza dei sacerdoti sia per aiutare i fedeli a comprendere meglio come sostenere i propri pastori.
San Carlo struttura la sua omelia attorno ai diversi “sonni spirituali” che possono colpire i ministri sacri. Il primo è l’ignoranza, che ai suoi tempi rappresentava un problema diffuso. Nel clima della Controriforma, con la nascita dei seminari, egli insiste sulla necessità dello studio: non un semplice aggiornamento sulle novità del momento, ma un serio approfondimento delle Scritture, della patristica e della teologia classica, basi imprescindibili per un sacerdote.
Il secondo sonno è la mondanità, in particolare l’attaccamento alla ricchezza. San Carlo usa parole severe: un sacerdote vinto dall’avarizia trascura il suo popolo, tollera situazioni di peccato e permette che molti si accostino ai sacramenti senza proposito di conversione. Il vero pastore, invece, si spende senza misura per riportare alla vita le anime affidate alla sua cura.
Un terzo sonno spirituale è quello delle gozzoviglie e delle ubriachezze, ovvero l’incapacità di moderazione nella vita quotidiana unita alla tendenza a porre confini e limiti allo zelo pastorale. Infine, San Carlo denuncia il sonno più grave: non attendere il Signore in ogni momento, dimenticando che la vigilanza dovrebbe essere segno distintivo del sacerdote.
L’omelia si conclude con quello che potremmo chiamare un “imperativo categorico pastorale”: vivere in modo da poter rendere conto al Signore con gioia di se stessi e dei fedeli affidati. Un augurio che rimane attuale per ogni ministro del Vangelo.


