Nel Trattato sul sacerdozio di san Giovanni d’Avila, il primo capitolo affronta la ragion d’essere del sacerdote ministro, soffermandosi sulla gravissima responsabilità di chi chiede l’ordine sacro non per servire DIO, ma per ambizione personale. Questo tema è centrale nella riforma ecclesiale promossa dal maestro d’Avila, che vedeva nella riforma del clero il fondamento della riforma della Chiesa.
Come esempio luminoso viene presentato sant’Ambrogio di Milano, acclamato vescovo quando era ancora catecumeno e senza alcuna aspirazione al sacerdozio. La sua figura testimonia che la vera dignità sacerdotale nasce dall’umiltà e non dalla ricerca dell’onore. Ambrogio afferma che nulla è più sublime dell’ufficio sacerdotale, ma insiste sul fatto che il nome deve accordarsi con l’azione, perché sarebbe mostruoso un titolo santo accompagnato da una vita indegna.
Da qui nasce un ammonimento severo: non può esserci un’onorabilità sublime con una coscienza vile. Il sacerdote, chiamato a rappresentare Cristo, quando vive lontano dalla grazia diventa una controtestimonianza, simile — nel paragone forte della tradizione — alla caduta di lucifero, da creatura luminosa a realtà corrotta. San Bernardo ribadisce che una grande dignità in una persona indegna è qualcosa di mostruoso.
Pur ricordando che la validità dei sacramenti non dipende dalla santità del ministro (ex opere operato), San Giovanni d’Avila sottolinea che l’efficacia spirituale dei sacramenti è legata anche alla vita del sacerdote, poiché la bellezza della santità attrae a DIO, mentre la bruttezza morale allontana.
Citando il Levitico, il trattato richiama i sacerdoti alla santità. Questa esigenza, ascoltata con fede, dovrebbe suscitare umiltà e conversione. Da qui nasce l’invito finale alla preghiera per la santificazione del clero, intenzione fatta propria anche da san Giovanni Paolo II con l’istituzione della giornata per la santificazione dei sacerdoti.


