Sia lodato Gesù Cristo. Cari amici, bentrovati. Continuiamo la lettura del Trattato sul sacerdozio di San Giovanni d’Avila. Dopo aver concluso il primo capitolo, dedicato alla dignità e alla grazia propria dello stato sacerdotale, entriamo ora nel secondo capitolo, intitolato Orazione e ministero sacerdotale.
Il maestro d’Avila apre con una lunga citazione di San Giovanni Crisostomo, che descrive il sacerdote come intercessore non solo per una città, ma per il mondo intero, per i vivi e per i defunti. Proprio per l’altezza di questo compito, egli deve distinguersi per l’eccellenza delle virtù. Questa affermazione richiama i sacerdoti alla consapevolezza che alla loro preghiera è affidata, in qualche modo, la sorte del popolo e persino delle calamità e sofferenze che colpiscono la società. La preghiera del sacerdote diventa un baluardo contro il dilagare del male, e richiede una profonda confidenza con Dio, superiore persino a quella di Mosè ed Elia.
San Giovanni d’Avila propone poi l’esempio di Mosè nella battaglia contro Amalek: mentre Giosuè combatte, Mosè prega sul monte con le mani alzate, e la vittoria dipende dalla sua intercessione. Questo gesto rappresenta in modo eminente la preghiera sacerdotale, soprattutto nelle orazioni liturgiche. Le braccia di Mosè sono sostenute da Aronne e Cur: Aronne simboleggia la liturgia della Chiesa, che guida e sostiene la preghiera del sacerdote; Cur rimanda invece alla bellezza del culto e dell’arte sacra, che orientano l’anima verso Dio.
Infine, viene presentata la figura di Elia, profeta capace di chiudere e aprire il cielo, di invocare il fuoco dall’alto e di restituire la vita. In lui si vede il sacerdote che amministra le grazie divine con prudenza, invoca il fuoco della carità e dello Spirito Santo perché i sacrifici del popolo siano graditi a Dio. Secondo il maestro d’Avila, solo chi coltiva una profonda vita di preghiera, specialmente liturgica, può esercitare con fedeltà e serietà il ministero sacerdotale e l’amministrazione dei sacramenti.


