Concludiamo la lettura del primo capitolo del trattato sul sacerdozio di San Giovanni d’Avila, intitolato Ragion d’essere del sacerdote ministro. In questo capitolo il santo mette in luce la gravità della condizione del sacerdote che non vive nella santità, mostrando quanto misera sia la testimonianza che egli rende al Regno di DIO.
San Giovanni d’Avila interroga la Chiesa con una domanda decisiva: perché essa esige dai suoi sacerdoti una santità tanto alta, al punto da far tremare solo a pensarla? La risposta è chiara: perché i ministri offrono a DIO l’incenso e i pani, realtà che nell’Antica Alleanza avevano un valore simbolico, ma che nella Nuova Alleanza rimandano a misteri infinitamente più grandi.
Infatti, se nell’Antico Testamento i sacerdoti non erano scelti per una particolare santità personale, e se anche nelle religioni pagane bastava l’esatta esecuzione dei riti, nel sacerdozio della Nuova Alleanza il ministro è chiamato a offrire Cristo stesso. L’incenso e i pani prefiguravano l’orazione sacerdotale e soprattutto l’Eucaristia, nella quale il pane diviene il Corpo del Signore.
Per questo, afferma il Maestro d’Avila, il sacerdote deve essere santo perché deve pregare ed intercedere per tutto il popolo. Da qui nasce l’obbligo della Liturgia delle Ore, che prolunga nel tempo l’unica grande preghiera della Chiesa: la Santa Messa. La celebrazione eucaristica e l’orazione sono inseparabili e richiedono una vita coerente.
Il sacerdote è mediatore tra DIO e gli uomini e offre il dono che placa l’ira divina, cioè Gesù Cristo stesso. Chi tiene tra le mani il Re del cielo e della terra non può accostarsi a questo mistero senza tendere alla santità. Questo atteggiamento è ben espresso dall’antica preghiera Placeat tibi, Sancta Trinitas, nella quale il sacerdote riconosce la propria indegnità e chiede che il sacrificio offerto sia per il bene di tutto il popolo di DIO.


